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sabato 28 marzo 2009

Earth Hour 2009



Questa sera, 28 Marzo 2009, dalle 20.30 alle 21.30 ci sarà l'evento EARTH HOUR 2009!

E' un'iniziativa del WWF contro lo spreco di energia elettrica.
Per 1 ora parecchie città del mondo che hanno aderito all'iniziativa spegneranno le luci contemporaneamente. Tutto questo viene fatto per dare un messaggio forte ai potenti della Terra che si diano una mossa per trovare le soluzioni più idonee a risolvere i vari problemi sempre attuali come il riscaldamento globale e l'utilizzo di energie alternative rinnovabili non inquinanti prima che sia troppo tardi!
Qui sotto un estratto dal sito: http://www.wwf.it/oradellaterra/checose.htm

E’ semplice come premere un interruttore
Il 31 marzo 2007 Sidney si spegne per un’ora, coinvolgendo 2,2 milioni di cittadini, uniti nel semplice gesto del click dell’interruttore. Nel 2008 il gesto fa il giro del mondo e a rimanere al buio sono 370 città con 50 milioni di click che fanno di Earth Hour un movimento globale per la sostenibilità. Simbolicamente si spengono il Golden Gate Bridge di San Francisco, il Colosseo a Roma, Times Square a New York, il teatro dell’opera a Sidney e centinaia di altre icone. Si organizzano cene a lume di candela, cortei di fiaccole alle Fiji. Va al ‘buio’ la pagina di Google, si abbassano le luci negli studi televisivi dei tg in Australia. La Rete registra con video e foto da tutto il mondo un fenomeno planetario, sostengono l’evento il premio Oscar Cate Blanchett e l’oro olimpico Cathy Freeman.

Quest’anno il WWF con Earth Hour mira ancora più alto: oltre 80 paesi, più di 2000 città in tutto il mondo di cui oltre 100 in Italia, si sono mobilitati (guarda la mappa).
Tutti insieme chiedono con forza ai leader del Pianeta di agire contro i cambiamenti climatici.
In Italia, il WWF si è posto un grande obiettivo.
Fare di più dello scorso anno, dare un segnale ancora più forte: perché quest’anno il nostro Paese ospita il G8 e il clima sarà un tema costante nell’agenda internazionale, fino alla Conferenza di Copenaghen prevista per dicembre.
Non a caso il WWF ha definito il 2009 “Anno del Clima”: un anno decisivo per spingere i governi e le istituzioni a compiere le scelte giuste. Un anno che il WWF Italia ha inaugurato consegnando un simbolico Calendario del Clima al Presidente della Camera Fini, al Quirinale, alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, alla Conferenza Stato Regione, ai sindaci di centinaia di comuni e ai Presidenti di 10 Regioni italiane: per ricordare loro che non c’è più tempo da perdere.
Un anno il cui il WWF continua il suo impegno: Earth Hour è infatti una tappa fondamentale della Campagna Generazione Clima che, al suo terzo anno, si pone l’obiettivo di attivare imprese, istituzioni e cittadini nella lotta ai cambiamenti climatici.
Il 28 marzo è una data cruciale di questo Anno del Clima. Ecco perché è importante il coinvolgimento di tutti, anche il tuo. Un impegno che non si limiti allo spegnimento della luce il 28 marzo 2008 dalle 20.30 alle 21.30, ma che si tramuti in un impegno quotidiano nel risparmio dell’energia e spieghi a chi ti è vicino l’importanza del tuo gesto.

Fonte: http://www.wwf.it/oradellaterra/checose.htm

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mercoledì 2 luglio 2008

Una soluzione per i rifiuti solidi?



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mercoledì 18 giugno 2008

Acqua O.G.M.


Ecco la nuova frontiera della manipolazione del Dna!
Le nuove scoperte fatte alle Duke University aprono scenari molto preoccupanti.
Con la scusa di risolvere i sempre più gravi problemi di inquinamento delle acque, stanno costruendo prototipi di “depuratori genici”. L’acqua passando attraverso una rete “intrisa” di “micro-Rna” (ovviamente transgenico) verrebbe purificata. Dicono loro.
Così facendo, l’acqua - il costituente principale del nostro organismo - acquisterebbe frammenti di Dna completamente estranei all’organismo umano…

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Nuova tecnica possibile per la depurazione dell’acqua potabile
Traduzione per Disinformazione.it a cura di Danyela Colom bo
Link ufficiale: www.physorg.com/news131712320.htm

Uno strumento genetico utilizzato da ricercatori medici potrebbe essere applicato per la rimozione di microbi dannosi e virus presenti nell’acqua potabile. Da una serie di esperimenti basati su semplici concezioni, gli ingegneri della Duke University hanno dimostrato che un breve tratto di materiale genetico potrebbe bloccare la ripetizione di un importante gene presente in un comune fungo trovato nell’acqua e interromperne l’azione.
Perfezionando questo nuovo metodo, i ricercatori credono che si potrebbe costituire la base necessaria per un nuovo dispositivo che aiuterebbe a risolvere il problema dell’acqua potabile nei Paesi del Terzo Mondo, dove non esistono impianti di depurazione. La tecnologia, relativamente nuova, conosciuta come interferenza dell’RNA (iRNA o micro-RNA) fa uso di brevi frammenti di materiale genetico che combacia – come una chiave nella serratura – ad un segmento di gene presente all’interno di un target predefinito. Quando questi frammenti entrano in una cellula e si attaccano al segmento corrispondente, posso inibire o bloccare l’azione del gene target. L’impiego di questo metodo è in aumento, quale strumento nella ricerca bio-medica, ma finora non è mai stato applicato per scopi ambientali. “Gli elementi patogeni, sia di natura batterica che virale, rappresenta una delle maggiori minacce per l’acqua potabile tanto nei Paesi sottosviluppati quanto nei Paesi sviluppati,” dice Sara Morey, responsabile del progetto Ph.D. nel laboratorio di Claudia Gunsch, assistente alla cattedra di ingegneria civile presso la Duke ’s Pratt School of Engineering. “Abbiamo raccolto dati che possono mettere a tacere l’azione uno specifico gene presente in un fungo dell’acqua, che ci porta a credere che la micro-RNA sia una promessa nella creazione di un eventuale strumento per la distruzione di questo gene, per l’impedimento della proliferazione di batteri e virus che si formano nell’acqua”.
La Morey presenta i risultati del suo esperimento il 3 Giugno 2008, durante il meeting annuale dell’ American Society of Microbiology in Boston (Società Americane di Microbiologia, Boston). Oltre a contribuire alla risoluzione dei problemi legati all’acqua potabile nei Paesi sottosviluppati, questo nuovo metodo potrebbe rappresentare una soluzione anche per i Paesi più avanzati, dice la Morey. L ’impiego dei metodi finora utilizzati per il trattamento dell’acqua – cloro e raggi ultravioletti (UV) – può risultare costoso e il risultato del trattamento stesso potrebbe interferire con il sapore e l’odore dell’acqua.
Nonostante questi metodi siano stati applicati per anni, nel momento in cui l’acqua viene introdotta nel sistema di distribuzione alcuni problemi si possono ripresentare: qui, infatti, può venire a contatto con altri elementi patogeni. Per questa ragione, all’acqua vengono aggiunte quantità di cloro superiori al necessario: è necessario assicurarsi che durante il passaggio nelle tubature ne contenga una concentrazione tale da poter neutralizzare tutti gli elementi patogeni che incontrerà. Questo spiega perché chi vive nei pressi degli impianti di depurazione dell’acqua sente maggiormente il sapore e l’odore di composti chimici, rispetto a chi vive più lontano, dicono i ricercatori. Inoltre, il cloro può fare reazione con altri elementi organici presenti nel sistema di distribuzione, causando dannosi effetti collaterali. Se all’interno dell’impianto i raggi ultravioletti sono molto efficaci per la neutralizzazione degli elementi patogeni, non hanno effetto una volta che l’acqua è stata pompata. La Gunsch dice che molti elementi patogeni stanno sviluppando una propria resistenza agli effetti del cloro e dei raggi UV, quindi si necessitano nuove opzioni.
“Noi ci immaginiamo un sistema basato sulla tecnologia iRNA che funzioni dall’esterno, proprio come i filtri comunemente usati.“ dice la Gunsch. “Questo metodo potrebbe riscuotere maggiore successo nei Paesi meno industrializzati, dove non esistono impianti di depurazione dell’acqua. Questa strategia mira a permettere a quei Paesi di ottenere acqua salubre senza dover sostenere i costi legati alle infrastrutture per la depurazione dell’acqua”. I primi prototipi prevedono un filtro intriso di micro-RNA che eliminerebbe gli elementi patogeni al passaggio dell’acqua. Questi filtri dovrebbero venire sostituiti regolarmente, dice la Gunsch , aggiungendo che, secondo lei, sarebbe possibile creare un sistema vitalizio o auto-purificante, che non richiederebbe di essere sostituito.
Attualmente i ricercatori stanno svolgendo ulteriori esperimenti prendendo come target altre regioni attaccate dal genoma di questo fungo. Per provare il concetto dei loro esperimenti, hanno testato l’iRNA su un gene non primario, ma facile da monitorare. Ora stanno testando questo metodo per silenziare o bloccare i geni più implicati nell’azione nociva di questi patogeni.
Stanno pensando di testare questo metodo anche in quelle acque in cui sono contenuti contemporaneamente numerosi elementi patogeni di diversa natura, e vogliono determinare la concentrazione di iRNA ottimale per un buon esito dell’esperimento.
Fonte: Duke University
Fonte: www.disinformazione.it

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mercoledì 11 giugno 2008

Così ci salveremo dal nucleare


Basta guardare i numeri senza le lenti dell'ideologia.
Proprio l'attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell'economia all'idrogeno.
Si vedrebbe così che l'uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più.
E che il problema dello smaltimento delle scorie è drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni.
"Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?" è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la "terza rivoluzione industriale".

L'incidente all'impianto sloveno arroventa il dibattito italiano, a pochi giorni dall'annuncio del ritorno al nucleare. Cosa ne pensa?

"Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell'incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Ho lavorato con l'amministrazione Jan%u0161a e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana".

Superata questa crisi, in generale possiamo sentirci sicuri?

"Il problema col nucleare è che si tratta di un'energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl".

Il governo italiano ha confermato l'inizio della costruzione delle nuove centrali entro il 2013. Coerenza o azzardo?

"Non capisco i termini della discussione in corso in Italia. Amo il vostro paese, lo seguo da anni ma questa volta mi sento davvero perso. I sostenitori dicono: il nucleare è pulito, non produce diossido di carbonio, quindi contribuirà a risolvere il cambiamento climatico. Un ragionamento che non torna se solo si guarda allo scenario globale. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell'energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui".

Un finto argomento quindi quello del nucleare "verde"?

"Non in assoluto, ma relativamente alla realtà, sì. Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull'ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale, la soglia critica che comincia a fare una differenza. C'è qualcuno sano di mente che pensa che si potrebbe procedere a questo ritmo? La Cina ha ordinato 44 nuove centrali nei prossimi 40 anni per raddoppiare la sua potenza produttiva. Ma si avvia ad essere il principale consumatore di energia...".

Ci sono altri ostacoli lungo questa strada?

"Io ne conto cinque, e adesso vi dico il secondo. Non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all'interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l'area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l'Italia crede di poter far meglio di noi? L'esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili".

Ecoballe all'uranio, un pensiero da brividi. E il terzo ostacolo?

"Stando agli studi dell'agenzia internazionale per l'energia atomica l'uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. Come il petrolio sta per raggiungere il suo peak. I prezzi, quindi, andranno presto su. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo malpensato progetto. Aggiungo il quarto punto. Si potrebbe puntare sul plutonio. Ma con quello è più facile costruire bombe. La Casa Bianca e molti altri governi fanno un gran parlare dei rischi dell'atomica in mani nemiche. Ma i governi buoni di oggi diventano le canaglie di domani".

Siamo arrivati così all'ultima considerazione. Qual è?

"Che non c'è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell'acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L'estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l'acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l'erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata".

Se questi sono i dati che uso ne fa la politica?

"Posso sostenere un dibattito con qualsiasi statista sulla base di questi numeri e dimostrargli che sono giusti, inoppugnabili. Ma la politica a volte segue altre strade rispetto alla razionalità. E questo discorso, anche in Italia, è inquinato da considerazioni ideologiche".

In che senso? C'è un'energia di destra e una di sinistra?

"Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall'alto in basso, appartiene al XX secolo, all'epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo".

E il modello democratico, invece?

"È quello che io chiamo la "terza rivoluzione industriale". Un sistema distribuito, dal basso verso l'alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso "reti intelligenti" come oggi produce e condivide l'informazione, tramite internet".

Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?

"Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c'è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili".

Ci dica come si affronta questa transizione.

"Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un'opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla".

Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?

"In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni "verdi". Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia".

A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un'altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché?
"Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l'energia è somministrata da un'entità superiore".

RICCARDO STAGLIANÒ

www.repubblica.it

Fonte: http://www.promiseland.it

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martedì 27 maggio 2008

Citycat: l'automobile ad aria compressa


Non inquina, è economica e fare un pieno costa meno di due euro. Entro un anno la Tata produrrà le prime seimila vetture ad aria compressa al posto della benzina. Dall'India arriva Citycat, l'auto del futuro.
Arrivate al distributore con la macchina in riserva, ma mentre tutti gli altri fanno la coda alla pompa di benzina, voi andate direttamente alla colonnina d'aria per controllare la pressione delle ruote. Infilate il tubo nel serbatoio e... pfft! in 3-4 minuti avete fatto il pieno.

Passate alla cassa, versate un euro e mezzo (contro i 60-70 degli altri) e ripartite sereni. La vostra macchina ad aria vi porterà per altri 200 chilometri fino al prossimo pieno. Non è un cartone animato e neanche uno spot visionario di qualche gruppo estremista dell'ecologia.

Dietro il progetto c'è la Tata, il più grande gruppo automobilistico indiano, appena reduce da un ambizioso accordo strategico con la Fiat. E, se tutto andrà come previsto, con qualche piccolo aggiustamento (ci vorrà un compressore ben più potente di quello delle ruote per sparare 340 litri di aria nel serbatoio), quella scena comincerà a svolgersi in India fra poco più di un anno, nell'agosto 2008, quando la Tata metterà in commercio le prime seimila Citycat, macchine ad aria compressa capaci di andare a 100 km l'ora e a emissioni zero, neanche una molecola di anidride carbonica e di effetto serra.

E l'India sarà solo il primo passo: ci sono già accordi per portare la Citycat in 12 altri paesi, fra cui Germania, Francia, Usa, Spagna, Brasile, Israele e Sud Africa.

Ai profani, il motore ad aria compressa appare un incrocio fra la locomotiva a vapore e il vecchio, caro fucile Flobert dei giochi di antichi bambini. L'idea non è nuova. Guy Nègre, la cui Mdi è il partner della Tata nel progetto, ci lavora, con alterna fortuna e parecchie false partenze (compresa una italiana, con la Eolo) dal 1991.

Sostanzialmente, si tratta di un motore a due cilindri, dentro cui si muove un pistone. Grazie ad un particolare design, il pistone non si muove in sincronia con l'albero motore. Per il 70% del tempo di rotazione dell'albero motore, il pistone resta fermo in cima al cilindro, consentendo alla pressione interna di crescere. Questo ritardo aumenta l'efficienza complessiva del motore, che si mette in azione quando l'aria compressa, sparata nel cilindro, fa muovere il pistone, esattamente come succede con il motore a scoppio.
Quando l'auto si ferma, si ferma anche il motore, che riprende a funzionare quando si pigia l'acceleratore. Non ci sono marce, sostituite da un computer. Semplice com'è, richiede manutenzione praticamente zero e un cambio d'olio ogni 50 mila chilometri. Anche le emissioni di anidride carbonica sono zero, salvo quelle legate all'elettricità per far funzionare il compressore al momento del pieno.
Ad aria, però, non si va più veloce di 50 chilometri l'ora, cioè in città. Su strada - come accade anche con le ibride benzina-elettricità - entra in funzione un normale motore a scoppio. In compenso, non c'è bisogno di andare dal distributore, per l'aria. A casa, si attacca la spina della corrente e un compressore interno, in 4 ore, ricarica il serbatoio. Un po' come accade per le più avveniristiche macchine elettriche.


Il costo di esercizio della Citycat è più o meno lo stesso di una macchina elettrica. Senza le batterie, però. Infatti, costa molto meno: la Tata dovrebbe commercializzarla ad un prezzo di 12.700 dollari, un decimo di una macchina elettrica. Per non parlare della macchina ad idrogeno, rispetto alla quale la Citycat ha anche il vantaggio di non richiedere la creazione di una costosa rete alternativa di distribuzione del combustibile.

Per come funziona, è gratis anche l'aria condizionata: quella che esce dal tubo di scappamento è, infatti, a meno 15 gradi. Il rovescio della medaglia è la difficoltà di riscaldare l'abitacolo e, forse anche per questo, Guy Nègre sembra guardare soprattutto a paesi caldi.

La temperatura dell'aria è anche all'origine del più consistente dubbio che i tecnici avanzano verso il motore ad aria compressa. L'aria così fredda, infatti, gela la condensa nei condotti di aspirazione, bloccandone il funzionamento.

Non è ancora chiaro come Nègre abbia risolto questo problema. Anche una Citycat perfettamente funzionante, peraltro, incontrerà seri ostacoli sui mercati occidentali. Per arrivare alle prestazioni dichiarate, infatti, l'auto deve essere straordinariamente leggera, e la Citycat è quasi tutta in fibra di vetro, molto fragile per reggere i normali test di sicurezza.

La Citycat, infine, potrebbe arenarsi in tribunale. Se Nègre è stato il profeta dell'auto ad aria compressa, altri ci hanno lavorato, come l'uruguayano Armando Regusci. Secondo alcuni, l'ultimo progetto di Nègre assomiglierebbe un po' troppo a quello brevettato da Regusci.
Se la Citycat arriverà su strada, aspettatevi una battaglia di brevetti.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente da Maurizio Ricci su http://www.laleva.org, il 6 giugno 2007, con il titolo "Arriva la Citycat la macchina ad aria compressa al posto della benzina", sotto licenza Creative Commons 1.0.
Fonte: http://altraeconomia.blogspot.com

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50 KM con 1 litro eppure non si fa

E’ di ieri (22 maggio) l’annuncio del ritorno al nucleare dell’Italia.
Sembra di capire che i partiti maggiori sono più o meno tutti d’accordo.
Al di la dei costi di realizzazione, della reale o presunta pericolosità, del problema dello smaltimento delle scorie radioattive, rimane il fatto che l’energia nucleare viene presentata da tempo, dalla principale stampa, come l’unica seria alternativa al petrolio.
Ho molti dubbi in proposito ma non essendo un esperto non mi esprimo.

Ora, però, mi sono più comprensibili le pastoie burocratiche create in passato, e tuttora vigenti, per poter mettere in funzione un impianto fotovoltaico.
Mesi di attesa per ricevere l’autorizzazione ad allacciare in rete pannelli già acquistati e pagati da tempo, rimborsi ENEL che arrivano solo dopo 1 anno, ecc., ecc.
Chissà se questi ritardi sono collegati ai rumors del ritorno del nucleare in Italia da qualche tempo sussurrati in parlamento e non solo.
Guai se per caso in Italia fossimo arrivati ad avere una significativa produzione di energia con il fotovoltaico, come in Germania e in Austria.
Chi li avrebbe sopportati gli strali dei padroni dell’energia?
Quali pretesti usare per il ritorno al nucleare?
In ogni caso si parla di un tempo di attesa di almeno 6-7 anni per le prime realizzazioni di impianti nucleari (che nel bel Paese diventeranno almeno 10).
Nell’attesa continueremo a consumare petrolio e derivati, subendone gli aumenti di prezzo decisi a tavolino nel corso di una delle ultime riunioni del gruppo Bilderberg.

Nel campo dei trasport privati il mercato automobilistico offre le seguenti scelte:
Motori a benzina o gasolio;
Motori ibridi a benzina / GPL o Metano;
Motori ibridi elettrici / benzina;
Motori elettrici.

Ho un’auto ibrida benzina/GPL che va sostituita.
Il prezzo del GPL segue quello del petrolio (il GPL in 4 anni è passato da 0,50 a 0,70 centesimi di euro al litro).
Mi oriento quindi su una ibrida elettrica.
Mi informo da un rivenditore Toyota per l’acquisto della Prius.
Prezzo: da 23.000 a 25.000 euro, secondo gli allestimenti, valore già scontato dell’incentivo statale di 2.000 euro (così mi dicono).
Grazie al motore elettrico che opera sino a 50 km di velocità, i consumi dell’autovettura si aggirano intorno ai 20-25 km con un litro di benzina.
Interessante ma non eclatante.
Possibile che si debba continuare ad andare con un motore a scoppio che ha una tecnologia vecchia di oltre 130 anni?
Possibile che in questo settore non vi siano state innovazioni mentre in altri settori la tecnologia in essere 100 anni fa è considerata preistoria?
Che la lobby del petrolio controlli tutte le società che producono mezzi di trasporto?
Il sospetto è lecito.
Vado su internet e mi informo allora sulle auto elettriche (suggerisco di cliccare «auto elettriche» con Google. In un paio d’ore vi fate una cultura).
Vi sono diversi modelli: si va dalle city car a vere e proprie ammiraglie.
Il costo d’acquisto è elevato (si parte da 30.000 euro circa) ma è compensato in gran parte dal fatto che per una ricarica completa di energia, che garantisce una percorrenza di 150-160 km, si spende meno di 1 euro alle le attuali tariffe elettriche (si, avete letto bene: meno di 1 euro per 160 km).
I punti deboli sono altri: innanzi tutto la scarsa autonomia (non si arriva quasi mai a 200 km) e poi
i tempi di ricarica, che sono di almeno 2-3 ore.

In Finlandia l’attuale governo sta ovviando a questa situazione con la creazione di una rete per
la sostituzione di batterie in luogo delle attuali stazioni di servizio: l’automobilista si ferma, viene sostituita la batteria scarica con una carica, e riparte.
Non si paga la batteria, ma solo il servizio di ricarica.
Questo elimina in un sol colpo la scarsa autonomia ed il tempo di ricarica rendendo competitive
le auto elettriche rispetto a quelle con motore a scoppio.
Con questo sistema non vi sarebbero nemmeno scompensi sociali ed economici nel settore della distribuzione dei carburanti: le attuali stazioni di servizio verrebbero riconvertite nell’attività di sostituzione e ricarica delle batterie.

Sembra un sogno, tanto è semplice.
Eppure non si fa.
Lo stanno facendo in Finlandia.
Ma da noi nemmeno lo si dice.
Perché?
Sempre su internet mi informo meglio sulle auto elettriche e mi imbatto nella seguente notizia (tratta da un sito che si occupa principalmente di risparmio enegertico): … «Ma ancor più interessante è la possibilità di modificare alcune auto ibride che nascono con trazione mista benzina /elettrica per aumentarne di molto le prestazioni e per avvicinarsi al mondo delle auto elettriche in maniera più soft, …. Stiamo parlando ad esempio del kit plug-in (commercializzato nel suddetto sito alla sezione trasporto sostenibile) che permette di trasformare una normale Toyota Prius in una macchina puramente elettrica per almeno 50 km»…
L’articolo prosegue informando che in tal modo la Prius con 1 litro di benzina percorrerebbe 50 km.
50 km con un litro di benzina!
Non male davvero.
Telefono e mi informo meglio.

Scrivo anche ad un altro sito che si dedica al mondo dei veicoli elettrici e ricevo la medesima risposta: con questa modifica la Prius può percorrere 50 km circa con 1 litro di benzina.
Mi spiegano, però, che il kit in realtà è rappresentato dalla sostituzione delle attuali batterie utilizzate sulla Prius con altre al Litio più efficienti e moderne, da tempo presente sul mercato.
La sostituzione delle batterie tuttavia costa 12.000 euro e, soprattutto, fa cessare la garanzia su quelle vecchie.
Quindi l’operazione non è conveniente su una Prius nuova.
Chiedo allora al mio interlocutore perché queste batterie non sono montate già all’origine sulla Prius.
Tutti acquisteremmo un’auto che fa 50 km con un litro di benzina!
Risposta: proprio per questo non vengono montate.
Se no il petrolio a chi lo vendono?

50 km con 1 litro di benzina.
Eppure non si fa!
A chi giova? Inutile dirlo.
La risposta è nota a tutti.
Ma vi è un’altra notizia ancora più clamorosa che riguarda un’auto che va ad aria compressa nota
in Italia come «Eolo».
Quest’auto era stata presentata ufficialmente a Roma nell’aprile del 2001.
Poi è scomparsa.
Una piccola ricerca su internet porta a scoprire che l’autovettura esiste ancora ed è commercializzata a Carros, un piccolo paese vicino a Nizza (Francia) da una società che si chiama MDI Enterprises SA.
Ne commercializzano diversi modelli, ad un prezzo contenuto (9.700 euro per una city car).
L’auto non inquina, consente di percorrere 130 km ad un costo praticamente irrisorio (qualche centesimo di euro), e viene fornita con tanto di generatore per la ricarica.
Recentemente è stato firmato un accordo con la TATA per la produzione e la vendita di queste auto in India (ma solo in India).
Vi è tanto di modulo d’acquisto sul sito dell’azienda ma se lo compilate non ricevete alcuna risposta.

Mi informo e vado a Carros.
Scopro che l’azienda è stata fondata da un ex progettista Renault noto in Formula 1 negli anni ‘80, l’ingegner Guy Negre, il quale abita a San Remo (Italia) e va avanti e indietro da Carros con questa autovettura.
L’azienda, così mi dicono, non vende fuori Francia.
E’ però interessata a sottoscrivere contratti per la produzione dell’auto ad aria compressa su licenza in Paesi terzi, inclusa l’Italia.
Costo dell’operazione: oltre 6 milioni di euro più royalty annuali sulle vendite.

Me ne torno in Italia con le pive nel sacco, ma riprovo con un amico francese ad acquistare la macchina.
Vengo così a sapere che il motivo delle mancate vendite è dato dalla difficoltà di brevettare l’autovettura, con conseguente rischio che possano copiarla, per il semplice motivo che
il compressore ad aria compressa usato per le auto era già funzionante nel comune di Lille (Francia) dal 1919 al 1956.
Poi nel ‘56 venne eletto sindaco della città un ex dirigente di una nota casa automobilistica e tutto andò in soffitta.
Dal 1919, subito dopo la fine della I guerra mondiale, e sino al 1956, l’intera rete tranviaria di Lille andava ad aria compressa, senza inquinare e al solo costo della manutenzione degli impianti.
L’informazione è tuttora verificabile presso gli archivi comunali.
E allora perché non si fa?
Chi ci sta prendendo per i fondelli?

Il problema non è solo economico.
Nelle città italiane non si respira più.
I disturbi alle vie respiratorie sembrano in certi momenti dell’anno delle vere epidemie.
Quelle poche volte che vado in bicicletta a Milano anche per poco me ne torno con gli abiti sporchi dallo smog.

Non stiamo parlando di cospirazioni.
Stiamo parlando dell’aria che respiriamo tutti i giorni e facciamo respirare ai nostri figli.
E tutti fanno finta di non accorgersene.
Come se il problema non ci fosse o non li riguardasse.
Ma morire di tumore ai polmoni per arricchire i petrolieri mi sembra un po’ troppo.

Claudio Bianchini

Fonte: www.effedieffe.com

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domenica 25 maggio 2008

Centrali Nucleari: intervista a Stefano Montanari



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venerdì 23 maggio 2008

Ancora sul Nucleare.....la strada è quella giusta?

Scajola: "Nuove centrali nucleari costruite entro cinque anni"

ROMA - "Entro questa legislatura porremo la prima pietra per la costruzione nel nostro paese di un gruppo di centrali nucleari di nuova generazione". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, intervenendo all'assemblea di Confindustria. "Non è più eludibile - ha aggiunto tra gli applausi - un piano di azione per il ritorno al nucleare", chiarendo che non si tratta di affermazioni di principio ma di un "solenne impegno assunto da Berlusconi, con la fiducia, che onoreremo con convinzione e determinazione".

"Solo gli impianti nucleari consentono di produrre energia su larga scala, in modo sicuro, a costi competitivi e nel rispetto dell'ambiente", ha detto ancora il ministro rivolto alla platea degli imprenditori, ribadendo quindi la necessità di "ricostruire competenze e istituzioni di presidio, formando la necessaria filiera imprenditoriale e tecnica e prevedendo soluzioni credibili per i rifiuti radioattivi".

Parlando più in generale di energia, Scajola ha ricordato che "l'obiettivo della crescita non può essere conseguito senza affrontare con estrema risolutezza e senso di responsabilità" la questione, anche alla luce della "particolare vulnerabilità dell'Italia". Il Paese ha bisogno di energia "a costi competitivi, in quantità adeguate e in condizioni certe: la bolletta energetica pesa per 60 miliardi di euro e rende negativa la nostra bilancia commerciale".

Il ministro ha detto anche che "bisogna agire con forza lungo tre direttrici: diversificazione, infrastrutture e internazionalizzazione". Per raggiungere gli obiettivi e "rilanciare gli investimenti semplificheremo gli iter autorizzativi, promuoveremo il dialogo con il territorio, premiando con incentivi e iniziative di sviluppo le popolazioni interessate ai nuovi insediamenti". E in questa azione, ha anticipato, sarà consentita anche la possibilità di "estendere l'uso dei termovalorizzatori per la produzione di energia, ottimizzando il ciclo dei rifiuti".

"Ereditiamo inefficienze e ritardi, accumulati negli ultimi 20 anni dall'ultimo piano energetico nazionale: è ora di voltare pagina", ha proseguito annunciando una "strategia energetica nazionale" che "sarà sottoposta a pubblica consultazione e dibattito attraverso una Conferenza nazionale per l'energia e l'ambiente".

L'annuncio del ministro ha suscitato subito reazioni contrastanti. Tra gli entusiasti, l'amministratore delegato dell'Enel Fulvio Conti, che ha dato subito la disponibilità della sua azienda a fare la sua parte. "Siamo pronti ed effettivamente la durata della legislatura, pari a cinque anni, può essere un percorso realizzabile", ha spiegato. Simile la posizione espressa da Edison. "E' particolarmente condivisible l'apertura del nuovo governo al nucleare, e più in generale alla diversificazione del mix energetico", ha osservato l'amministratore delegato Umberto Quadrino. "Edison - ha proseguito - è pronta a fare la sua parte e a lavorare con il governo alla realizzazione del piano". Di segno opposto il commento di Ermete Realacci, ministro ombra dell'Ambiente. "Non si può tornare al nucleare - ha sostenuto - perché è una scelta costosa e ideologica. E' come l'articolo 18, e sappiamo com'è finita quella battaglia". Sempre in tema energetico, Scajola davanti alla platea di Confindustria ha affrontato anche la questione del caro petrolio. "Utilizzeremo detassazioni mirate dei carburanti per le forme di trasporto che più incidono sui costi dei principali beni e servizi", ha annunciato. I rialzi, ha detto ancora il ministro, "si combattono in un solo modo: con un'iniezione di maggiore concorrenza" e in questa direzione "renderemo più efficace il monitoraggio per segnalare all'Antitrust i comportamenti lesivi a danno dei cittadini".


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Eolico batte Nucleare

Nuovi impianti ed energia prodotta.

L'eolico ha sorpassato il nucleare.
Negli Stati Uniti, il 30 per cento della potenza installata viene dall'eolico
In attesa dei reattori di quarta generazione il contributo dell'atomo scenderà
di ANTONIO CIANCIULLO

ROMA - Il 2007 è stato l'anno del sorpasso: a livello globale, dal punto di vista dei nuovi impianti, l'eolico ha battuto il nucleare. L'anno scorso sono stati installati 20 mila megawatt di eolico contro 1,9 megawatt di energia prodotta dall'atomo. E' un trend consolidato da anni e destinato, secondo le previsioni, a diventare ancora più netto nei prossimo quinquennio. Ma non basta. Per la prima volta l'eolico ha vinto la gara anche dal punto di vista dell'energia effettivamente prodotta. I due dati non coincidono perché le pale eoliche funzionano durante l'anno per un numero di ore inferiore a quello di impianto nucleare e dunque, a parità di potenza, producono meno elettricità.


"La novità è che, anche tenendo conto di questo differenziale di uso, nel 2007 l'eolico ha prodotto più elettricità del nucleare", spiega Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club. "E gli impianti eolici che verranno costruiti nel periodo 2008 - 2012, quello che chiude la prima fase degli accordi del protocollo di Kyoto, produrranno una quantità di elettricità pari a due volte e mezza quella del nuovo nucleare. Se poi nel conto mettiamo anche il solare fotovoltaico e termico possiamo dire che, tra il 2008 e il 2012, il contributo di queste fonti rinnovabili alla diminuzione delle emissioni serra sarà almeno 4 volte superiore al contributo netto prodotto dalle centrali nucleari costruite nello stesso periodo".

La tendenza è consolidata anche dal risveglio del gigante americano. Il 30 per cento di tutta la potenza elettrica installata durante il 2007 negli Usa viene dal vento e il dipartimento federale dell'energia prevede che entro il 2030 l'eolico raggiunga negli States una quota pari al 20 per cento dell'elettricità creando un'industria che, con l'indotto, darà lavoro a mezzo milione di persone. E' un dato in linea con l'andamento di paesi europei come la Danimarca (21 per cento di elettricità dall'eolico), la Spagna (12 per cento), il Portogallo (9 per cento), la Germania (7 per cento).

Nonostante le scelte dell'amministrazione Bush, che ha incentivato con fondi pubblici la costruzione di impianti nucleari, negli Stati Uniti l'energia dall'atomo resta invece ferma, sia pure a un considerevole livello, da trent'anni: l'ultimo ordine per una nuova centrale risale al 1978. Nell'aprile scorso sono stati annunciati impegni per 38 nuovi reattori nucleari, ma è molto probabile che il numero scenda drasticamente, come già è avvenuto in passato, nel momento in cui si passa alla fase dei conti operativi: le incertezze legate ai costi dello smaltimento delle scorie, ai tempi di realizzazione e allo smantellamento delle centrali a fine vita hanno rallentato la corsa dell'atomo.

In attesa della quarta generazione di reattori nucleari, che però deve ancora superare scogli teorici non trascurabili e non sarà pronta prima del 2030, le stime ufficiali prevedono una diminuzione del peso del nucleare nel mondo. La Iea (International Energy Agency) calcola che nel 2030 la quota di elettricità proveniente dall'atomo si ridurrà dall'attuale 16 per cento (è il 6 per cento dal punto di vista dell'energia totale) al 9-12 per cento.

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giovedì 22 maggio 2008

La carta che si cancella

Arriva la carta che si cancella
potrà essere riusata 100 volte, permetterebbe di ridurre la quantità di fogli utilizzati negli uffici, con un effetto positivo sui costi ma anche sull'ambiente.
Realizzata dalla Xerox, avrà bisogno di una speciale stampante il testo rimarrà impresso 24 ore e poi sparirà gradualmente.

In un divertente cartone animato degli anni Ottanta l'inventivo ispettore Gadget riceveva dal capo messaggi cartacei che si autodistruggevano dopo cinque secondi dalla lettura lasciando nelle mani del detective solo un pugno di cenere. Senza arrivare a tanto e soprattutto con l'idea di trovare una soluzione ecologica allo spreco della carta da ufficio - si stima che ogni anno vengano stampate nel mondo circa 15.000 miliardi di pagine delle quali il 44,5% viene letto una sola volta e poi gettato - la Xerox ha realizzato la prima carta cancellabile e riutilizzabile grazie a una stampante speciale. Un normale foglio bianco sul quale si può stampare qualsiasi contenuto che rimarrà impresso per le successive 24 ore e poi scomparirà gradatamente fino a far tornare la superficie nuovamente candida e pronta per essere riutilizzata fino a cento volte. A patto però che il foglio non venga scarabocchiato né stropicciato. Per salvare il pianeta dunque gli impiegati fannulloni dovranno smettere di fare disegnini sui documenti o realizzare aeroplanini volanti.

Una volta c'erano le Replay, le penne cancellabili prodotte dalla Papermate che promettevano, con risultati incerti, di lasciare il foglio immacolato dopo il passaggio di una gommina magica. Questa geniale trovata degli anni '80 appare preistorica di fronte alla carta messa a punto dal team del Palo Alto Research Centre (Parc), il gruppo di ricerca e sviluppo del gigante della tecnologia americana, lo stesso centro che aveva inventato la stampante laser e il mouse, due elementi fondamentali per la vita d'ufficio. Incuriosisce però cercare di capire come un foglio di carta possa auto-cancellarsi e alla Xerox c'è massimo riserbo sui materiali utilizzati per ottenere questo sorprendente risultato.

Di certo si sa che la carta intelligente è stata ricoperta da un composto chimico molecolare simile a quello utilizzato nelle lenti colorate, che si scuriscono o schiariscono a seconda della quantità di raggi ultravioletti che le colpiscono, capace di cambiare colore quando esposto a raggi Uv. A differenza delle lenti colorate però la carta cancellabile si cancella gradatamente impiegando dalle 16 alle 24 ore. Invece di usare inchiostro per produrre parole e diagrammi una speciale stampante scannerizza la carta trattata chimicamente con una specifica quantità di luce che reagisce e produce il testo, nelle successive ore il testo andrà a scomparire fino a cancellarsi completamente. Chi avrà bisogno di riutilizzare la carta prima delle 24 ore potrà passarla nella stampante speciale e con una quantità maggiore di luce il foglio sarà di nuovo immacolato, la stampante infatti non utilizza inchiostro e non ha bisogno di cartucce o ricambi. L'obiettivo della Xerox è quello di produrre una carta cancellabile che costa circa il doppio della carta normale ma che può essere utilizzata fino a cento volte.

La nuova tecnologia è stata accolta con grandi consensi dai consumatori che sperano così di ridurre la quantità di carta utilizzata negli uffici: la media attuale è di circa diecimila fogli stampati ogni anno da ogni impiegato, per un costo di circa 70 dollari. Il direttore e presidente della Parc, Mark Bernstein, ha dichiarato: "Crediamo che la nostra stampante potrà diventare presto un oggetto fondamentale per l'ufficio, da vendere come una stampante autonoma da scrivania. Avrà un impatto molto leggero sull'ambiente e potrà risolvere anche un importante problema ambientale come quello dell'abbattimento degli alberi. Speriamo di poter iniziare a commercializzarla a partire dal prossimo anno".

Nonostante il sogno di uffici senza carta la quantità di fogli utilizzati è però cresciuta negli ultimi anni con l'aumentare delle tecnologie capaci di produrre copie sempre più facilmente. Il centro di consulenza tecnologica internazionale della Lyra Research stima che le pagine stampate ogni anno nel mondo sono 15.200 miliardi, Xerox aggiunge che il 44,5% dei documenti stampati è utilizzato una sola volta e solo il 25% è riciclato negli appositi contenitori entro lo stesso giorno. La responsabile della ricerca sulla sicurezza e sulla privacy della Parc Jessica Staddon ha dichiarato che la carta "magica" può essere usata centinaia di volte prima che la capacità di scomparire inizi a deteriorarsi. La Xerox stima infine che i volumi di carta stampata dovrebbero così scendere del 30% nei prossimi dieci anni.

Quella della carta cancellabile è un'invenzione messa a punto come momento di passaggio tra la carta e la carta elettronica, vera sfida alla quale la Xerox sta lavorando già da tempo. Paul Smith, responsabile dei laboratori di ricerca della centro canadese dell'azienda dichiara: "La gente ama stampare i propri documenti ma credo che lentamente si inizi a prendere coscienza della quantità di carta sprecata".

BENEDETTA PERILLI

Fonte:
www.repubblica.it
Via: www.promiseland.it

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mercoledì 21 maggio 2008

Il segreto di Stato sull'energia

I siti per il deposito delle scorie nucleari, nuovi impianti civili per produzione di energia, centrali nucleari, rigassificatori, inceneritori/termovalorizzatori potranno essere coperti da segreto di Stato. Lo prevede il decreto entrato in vigore il primo maggio, quindi del governo Prodi.Il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 16 aprile 2008, numero 90. Prevede che: "Nei luoghi coperti dal segreto di Stato le funzioni di controllo ordinariamente svolte dalle aziende sanitarie locali e dal Corpo nazionale dei vigili del fuoco, sono svolte da autonomi uffici di controllo collocati a livello centrale dalle amministrazioni interessate che li costituiscono con proprio provvedimento"."Le amministrazioni non sono tenute agli obblighi di comunicazione verso le aziende sanitarie locali e il Corpo nazionale dei vigili del fuoco a cui hanno, comunque, facoltà di rivolgersi per ausilio o consultazione"."Sono suscettibili di essere oggetto di segreto di Stato le informazioni, le notizie, i documenti, gli atti, le attività, i luoghi e le cose attinenti alle materie di riferimento".L'articolo 261 del Codice penale prevede per chi rivela un segreto di Stato una pena non inferiore ai cinque anni di reclusione.Se un sindaco dovesse divulgare ai suoi cittadini l'esistenza di una discarica di scorie nucleari nel suo comune finirebbe in galera. Se un sindaco non informasse i cittadini tradirebbe il suo mandato nei loro confronti.I nostri dipendenti ci trattano come dei sudditi. Se la nostra volontà non coincide con la loro cambiano le leggi, impongono il segreto di Stato sui rifiuti tossici, sulle centrali nucleari. Gli altri Paesi hanno il segreto sulla sicurezza nazionale, sulle basi militari. Noi abbiamo il segreto di Stato sulla spazzatura, su chi ci avvelena, sulle sue motivazioni, sui suoi interessi.Le centrali nucleari non sono una soluzione per l'energia. I maggiori esperti mondiali sono d'accordo e attraverso il blog raccoglierò le loro testimonianze. Gli inceneritori non sono una soluzione per lo smaltimento dei rifiuti. I maggiori esperti mondiali sono d'accordo e attrraverso il blog raccoglierò le loro testimonianze.Il cittadino ha il diritto di essere informato sulle scelte dei suoi dipendenti. Prodi ha firmato il decreto, Veltrusconi lo userà, ma i cittadini non rimarranno a guardare.Libera informazione in libero Stato.

Fonte: www.beppegrillo.it

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Biocombustibili: la strada è quella giusta?

Affamare il mondo di energia di Alessandro Cisilin, Megachip - da Galatea

Se cominciamo a utilizzare i biocombustibili e questi, anziché ridurre i gas serra, contribuiscono ad aumentarli, si arriva a una situazione folle”. Robert Watson è il primo consigliere scientifico del ministero britannico per l'Ambiente, dopo aver già servito l'amministrazione Clinton e presieduto il “Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico” (Ipcc). E' stato lui a indurre con queste parole il premier Brown a imporre tale tema nell'agenda del prossimo vertice del G8 di luglio a Tokyo e a tuonare contro la direttiva europea del 2003 in materia, entrata in azione il mese scorso...

Essa prevede che la benzina e i diesel debbano contenere almeno il 2,5% di biocarburante, onde arrivare al 5,75% nel 2010 e, nei piani della Commissione di Bruxelles, addirittura al 10% entro il 2020. La posizione di Londra costituisce il secondo pesantissimo altolà levatosi dal Vecchio Continente dopo quello di Berlino, che ha rinunciato all'obiettivo postosi a livello nazionale di raggiungere la proporzione del 10% entro il 2009.

La “ situazione folle ”, in effetti, è già in atto, come ha denunciato la stessa Agenzia Europea per l'Ambiente, notando come i biocarburanti ottenuti con tecnologie di prima generazione non usino la biomassa in modo tale da consentire riduzioni nell'uso di combustibili fossili e nell'emissione di gas serra. Al contrario, sembrano palesarsi danni a catena forse perfino superiori a quelli causati dall'idrocarburo. In termini scientifici, anche utilizzando le fonti a più alta produttività, quali la canna da zucchero, le piantagioni creano un debito di carbonio che richiede almeno diciassette anni per essere restituito. Il debito si estende quarantotto anni per l'etanolo cresciuto sulle terre europee lasciate a riposo, e addirittura a ottocentoquarant'anni per le palme da olio piantate distruggendo foreste tropicali. Perfino l'uso sostitutivo dei residui dei raccolti, quali il fogliame, è tutt'altro che innocuo, in quanto si tratta di nutrimenti essenziali alla produttività del suolo, la cui sostituzione attraverso fertilizzanti implica la produzione di ingenti quantitativi di ossido di idrogeno, un gas ben più devastante della stessa anidride carbonica. In altre parole, solo i grassi già in uso a basso costo e in misura limitata rappresentano un sostitutivo utile ed ecosostenibile dell'idrocarburo.

A richiamare l'attenzione di alcuni governi europei all'allarme lanciato dagli esperti non è un improvviso moto ecologista, bensì la compresenza di un “effetto collaterale” che sta oramai causando uno “ tsunami umanitario ”, per usare le parole della Fao, della Pam, nonché di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Il problema aggiuntivo si chiama carenza nell'offerta mondiale di cibo. Per il Nord del pianeta, esso si percepisce nell'impennata dei prezzi alimentari. Per il Sud significa pesanti carestie e gravi turbolenze sociali. Il rincaro medio è stato dell'83% negli ultimi tre anni, e addirittura del 181% per quel che riguarda il grano, con un'accelerazione del 130% nel solo 2007. Naturalmente, a beneficiarne sono state come sempre le multinazionali anziché i produttori locali, a pagarne il prezzo sono stati tutti gli altri, con scontri verificatisi ovunque, dall'Egitto alle Filippine, da Haiti all'Indonesia, mentre la quantità di cereali prodotti è scesa ai minimi storici dagli anni '80.

A pesare, secondo le organizzazioni internazionali, non è solo la crescente domanda dei paesi emergenti, bensì anche il depauperamento già in corso dei terreni a causa del riscaldamento climatico e del boom delle colture convertite alla produzione di biocarburanti. Ora che la crisi raggiunge i supermercati americani, Bush corre ai ripari ricordandosi dell'aiuto allo sviluppo con uno stanziamento di duecento milioni per l'emergenza alimentare, senza però tornare sui propri passi sull'escalation globale da lui avviata nello sviluppo dei biocombustibili. Analoga l'ipocrisia del governo britannico, che ha chiesto in pompa magna una pausa di riflessione sui nuovi obiettivi europei, ma ha deciso di applicare quelli pregressi. “ E' un'opportunità di investimento nell'energia ”, ha ricordato il Segretario di Stato ai Trasporti Kelly.

acisilin@yahoo.it

Fonte: www.megachip.info

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martedì 13 maggio 2008

Energia pulita gratis dall'oceano

Piattaforma capace di trasformare in energia elettrica il moto ondoso

Ecco un altro esempio di energia alternativa e pulita.
Vi posto questo articolo che spiega come gli Irlandesi stanno sperimentando lo sfruttamento di onde e maree per ottenere energia gratis.

Elettricità dalla potenza dell'oceano: non è teoria né sperimentazione, ma quello che succede sulle coste irlandesi. (Riccardo Meggiato, 7 aprile 2008)
Se c'è una cosa che non manca in Irlanda sono le onde: così alte e potenti che una passeggiata sulla spiaggia è spesso un continuo fuggire dalla sponda per evitare di essere travolti. È una "forza della natura" che governo, università ed enti privati irlandesi hanno trovato il modo di sfruttare, imbrigliandola e trasformandola in energia. Wavebob e Ocean Energy, per esempio, hanno installato dei prototipi di centrali elettriche alimentate dal moto ondoso nella baia di Galway. Il governo prevede di ottenere entro il 2012 ben 75 MegaWatt di energia, che diventeranno 500 entro il 2020.

Turbina azionata dai moti di marea

Certo, le complicazioni sono sempre in agguato e, tra queste, l'imprevedibilità meteorologica e i costi degli impianti. Una soluzione più economica potrebbe però arrivare dallo sfruttamento delle maree, sistema al quale sta lavorando OpenHydro, che ha sviluppato una speciale turbina capace di convertire i moti del mare in energia utilizzabile. Pare, insomma, che l'Irlanda si prepari a diventare produttore di energia dando uno sbocco pratico alle migliori ricerche e sperimentazioni nel settore delle energie alternative.

Fonte:www.focus.it

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sabato 10 maggio 2008

L’Aeronautica militare ti vuole L.O.V.: diffusione aerea di impianti biologici nel cibo, nell’acqua, nell’aria (di C. W. Palit - Seconda parte)


Ecco la seconda parte di un post pubblicato qualche giorno fa........sempre inquietante!

Le tecnologie psicotroniche sono menzionate in questo studio, ma in modo non molto particolareggiato, poiché l’informazione è classificata. Il documento spiega come queste armi siano in grado di penetrare in ciò che dovrebbe essere privato. Leggiamo:

“Il sistema di acquisizione del bersaglio implica la capacità di prendere decisioni per scoprire i cambiamenti nei valori personali dell’avversario. I cambiamenti nelle emozioni di un capo, nei pensieri e negli schemi di riferimento, sono di grande interesse per un sistema strategico di attacco. Le tecnologie che penetrano nella mente di un avversario per ottenere informazioni preziose, richiedono progressi rivoluzionari. Escogitare metodi per adempiere questo compito è l’obiettivo del documento ‘Information Attack’”.

L’Aeronautica non classificherebbe un’arma che può leggere pensieri, emozioni ed intenzioni, se il nostro paese non avesse già quest’arma dal 1995 (gli Stati Uniti - ndt) e non intendesse svilupparla. I bioimpianti diffusi nell’ambiente e gli strumenti spia sono descritti di seguito:

“Piattaforme sulla terra entro il 2025 potranno fare affidamento su strumenti nanotecnologici che si ridurranno a piattaforme di dimensioni microscopiche. Queste piattaforme potrebbero essere inserite attraverso agenti umani, l’acqua o il cibo oppure per mezzo di irrorazione aerea che impiega UAVs (droni). Microsensori più sottili di un capello umano potrebbero trasmettere dati all’archivio informatico di Delphi, per mezzo di UAVs o sistemi satellitari. Uno sciame di microsensori installati a terra potrebbe assicurare la trasmissione costante di dati relativi a condizioni locali ed a livelli di attività vicino ad un LOV”.


LOV sta letteralmente per “Luogo di valori”. Un LOV può essere un bersaglio “duro”, ossia qualcosa di fisico, oppure può essere intangibile come i sistemi, la conoscenza o il modo di pensare.

Nel documento tutti i sensori sono chiamati “Sensori di terra non assistiti” o anche “Bioimpianti”. In uno dei grafici del testo, delle frecce puntano verso i sensori di terra che sono collocati in un’area di incrocio di una coppia di uomini. In un altro grafico le frecce puntano verso i sensori collocati sulla spalla e sul polso di un uomo. Quando ho letto questo passaggio, la mia mente è corsa a Denzel Washington che estrae un microchip dalla sua spalla nel film “The Manchurian Candidate”. Dietro questi impianti l’Aeronautica discute il modo in cui diffondere sensori piccoli come granelli in atmosfera per formare una rete di sorveglianza; i microsensori possono anche essere distribuiti in modo surrettizio nelle abitazioni e nelle apparecchiature elettroniche.

Nel 2003 i militari rivelarono che essi possiedono una rete di sensori che potrebbero essere diffusi nell’atmosfera:

“Sono state compiute sperimentazioni per diffondere nanotubi contenenti ognuno da 10 a 20 sensori per mezzo di un aereo. Una volta che toccano il suolo, i nanotubi esplodono ed i sensori si disperdono. Quindi stabiliscono connessioni tra loro e controllano i movimenti delle truppe nemiche, inviando dati attraverso una rete senza fili ai velivoli che sorvolano il campo di battaglia”.


La polvere intelligente (smartdust) non è un sensore acustico, ma è piccolissima, dello spessore di un capello. Può essere chimicamente programmata per attaccarsi ad una specifica sostanza. Cambia colore per indicare che ha trovato la sostanza bersaglio. Può essere usata per introdursi nelle etichette e negli abiti. Mike Blair ed altre persone a conoscenza delle scie chimiche hanno notato che le fibre di ricaduta delle chemtrails spesso, mostrano barbigli sulla loro superficie. In “Hit ’Em Where It Hurts” leggiamo:

“Come spinosi ricci marini, sottili sensori potrebbero agganciarsi a certe persone, effettivamente pedinandole e tracciando i loro movimenti per inviare i dati a piattaforme nello spazio".

Le compagnie di sicurezza nazionali potrebbero presto usare questi sensori che possono rilevare l’odore di una molecola o il gusto ed identificarla, a somiglianza di nanonasi e nanolingue. Questi sensori possono essere utili per rilevare le molecole di cocaina o di cannabis che sono diffuse attorno alle persone quando tornano a casa o entrano negli edifici pubblici. I nanonasi e le nanolingue possono essere individuati dalla luce o da un’altra forma di energia e cambiano colore come i sensori di terra: “Quando irradiati dai raggi ultravioletti o dai raggi X, questi cambiamenti possono essere rilevati ed analizzati dai sensori sospesi in aria".

Fine seconda parte.

Fonte: http://www.tankerenemy.com/

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Idrogeno dal sole ad Arezzo


Ecco una bella notizia.
Arezzo si sta dimostrando nel tempo una delle città più sensibili e all'avanguardia per l'utilizzo delle energie pulite e rinnovabili. E' la dimostrazione che se c'è davvero la volontà si possono realmente portare avanti progetti di questo tipo.
Questi esempi dovrebbero essere seguiti anche da altre città perchè se andiamo avanti così l'inquinamento aumenterà sempre di più con un parallelo aumento delle malattie ad esso correlate.
Arezzo va a idrogeno
È stato inaugurato il primo idrogenodotto sotterraneo in area urbana.
La produzione locale del vettore, attraverso sistemi fotovoltaici, è destinata all'industria orafa.
Un gasdotto per portare energia alle case e alle aziende di Arezzo. Niente di strano, se non fosse che il gas in questione è idrogeno e che quello inaugurato è il primo idrogenodotto sotterraneo al mondo costruito in un area urbana.La cerimonia si è svolta nella zona orafa di San Zeno dove si trovano 42 aziende artigianali e industriali che utilizzano l’idrogeno già da diverso tempo, e che presenta le caratteristiche ideali per sperimentare la diffusione capillare del gas per la co-generazione di energia elettrica e di calore, sia per l’utenza domestica sia per quella più massiccia delle imprese.
Il progetto “Idrogeno per Arezzo” è partito esattamente quattro anni fa, nell’aprile 2004, grazie all’accordo stipulato tra Regione Toscana, Provincia di Arezzo, Comune di Arezzo, Gruppo Sapio, Exergy Fuel Cells e Cooperativa del Sole, con l’idea di dare una dimostrazione dell’efficienza e della fattibilità di un sistema di distribuzione capillare del vettore di energia.
L’idrogenodotto si trova a un metro e venti centimetri di profondità e per il momento porta idrogeno puro alle aziende e all’HydroLab, un laboratorio dimostrativo dedicato alle energie rinnovabili, equipaggiato con due celle a combustibile da un chilowatt e con un impianto fotovoltaico per la produzione di idrogeno rinnovabile dall’acqua. In poco tempo, però, il gasdotto dovrebbe arrivare a servire anche le abitazioni di San Zeno.
“La realizzazione di una tubazione con queste caratteristiche rappresenta un’importante novità: esistono già numerose tubazioni, alcune lunghe anche centinai di chilometri, che trasportano idrogeno gassoso. Nessuna di queste, però, è stata realizzata per la distribuzione cittadina presso utenze disseminate”, ha spiegato Sergio De Sanctis, direttore di Ricerca, Sviluppo e Innovazione del Gruppo Sapio, che ha attuato il sistema di distribuzione dell'idrogeno: “Il progetto dimostra che è possibile realizzare, all’interno dei nuclei urbani, un network per la distribuzione di idrogeno gassoso a utenze distribuite nel pieno rispetto del paradigma energetico europeo che privilegia la logica della produzione distribuita di energia elettrica e calore”.


Il sistema garantirebbe al territorio autonomia energetica: la produzione in loco di idrogeno dal fotovoltaico sarebbe infatti in grado di soddisfare i bisogni industriali orafi e domestici della zona, la produzione di corrente elettrica e di calore, e il rifornimento di veicoli a idrogeno, svincolando gli utenti dal mercato del petrolio e abbassando i costi ambientali indiretti, visto che il gas non deve essere trasportato su ruote.
Un secondo progetto del Gruppo Sapio, denominato H2Kart, si andrà prossimamente ad aggiungere a questo: l’idea è di realizzare un prototipo alimentato a celle a combustibile per ottimizzare la produzione locale di idrogeno.(t.m.)

Fonte: http://www.galileonet.it/default
Fonte: http://www.promiseland.it/

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venerdì 9 maggio 2008

Nuovi inceneritori con Torcia al Plasma

Vi posto questo interessante articolo che parla di un nuovo tipo di inceneritore.
E' in arrivo la nuova generazione degli inceneritori: quelli con la Torcia al Plasma
di Marco Mancini

Una nuova idea proposta dalla “Celtica Ambiente” e subito rilanciata dal WWF per lo smaltimento dei rifiuti sarà sperimentata nei prossimi mesi in alcuni paesi del Veneto. Si chiama “smaltimento ecologico dei rifiuti con recupero energetico mediante gassificazione al plasma“.

Scoperto durante uno studio dell’Azienda Aerospaziale Americana durante l’esperimento di verifica della resistenza ad altissime temperature delle navicelle spaziali, si è sperimentata la cosiddetta “Torcia al Plasma” anche a fini industriali, con l’intento di modellare i metalli, per la saldatura, il taglio, ecc. Ma il miglior utilizzo possibile è quello per lo smaltimento dei rifiuti industriali tossici/nocivi (uno su tutti, l’amianto), anche se per ora nessuna di queste tecnologie è stata utilizzata per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

La Torcia al Plasma è un dispositivo che genera un flusso diretto di plasma in seguito all’applicazione di un’opportuna differenza di potenziale tra due elettrodi. Viene utilizzato per il taglio dei metalli o per applicazioni spettroscopiche, oltre che per lo smaltimento dei rifiuti. Il dispositivo è in grado di raggiungere temperature pari a 10 mila gradi e non ha costi elevati. Si passa dagli impianti più piccoli che costano poche centinaia di euro, a quelli più grandi e professionali, che possono costare qualche centinaia di migliaia di euro.

Il sistema prevede una sorta di discarica in cui i rifiuti vengono triturati. Dopodichè essi vengono separati magneticamente, compattati e immessi in un reattore di gassificazione (una sorta di camino industriale) con 4 torce al plasma. Questo garantisce una pulizia di gas di sintesi, una raccolta di materiale basaltico e soprattutto una produzione di energia elettrica. Le emissioni dichiarate dalla ditta produttrice sono per il 52% monossido di carbonio (CO), per il 17% acqua, per il 16% biossido di carbonio (CO2), e poi idrogeno, azoto, e tracce di metano, propano e idrocarburi. Non produce diossina come fanno gli altri tipi di inceneritori, ma le quantità di carbonio emesse ci sembrano piuttosto alte, soprattutto perchè bisogna tener conto che questi sono i dati ufficiali delle case produttrici, che molto spesso si discostano dalla realtà.

Alla fine c’è un processo di filtraggio, in cui le acque di scarto verranno rimesse nel ciclo, eliminando gli scarti, mentre per quanto riguarda i gas, ci saranno lievi cambiamenti nelle percentuali, ma che comunque non cambieranno la sostanza delle emissioni. Inoltre sembrerebbe che vengano emessi nell’aria metalli come zinco, mercurio, piombo, cadmio, cloro, stagno e cromo, tutte sostanze tossiche per il nostro organismo. Inoltre i dati sulla produzione termica sono abbastanza sconcertanti. Infatti il rendimento termico (cioè la differenza tra il calore utilizzato per il processo di lavorazione e quello emesso che diventa vendibile) è pari al 14,7%, un valore troppo basso per giustificare tali rischi e costi.

I dubbi sulla sua bontà ci sono ancora, dato che in tutta Europa sono presenti solo 3 impianti funzionanti, due in Francia e uno in Norvegia, mentre per quanto riguarda l’Italia siamo ancora in fase sperimentale, e nessuno scienziato ha ancora avuto il coraggio di sbilanciarsi, dicendo che questa nuova tecnica non ha emissioni nocive ed è migliore delle precedenti. Anche per quanto riguarda i costi si è ancora in alto mare, dato che gli esperimenti sono stati effettuati su piccola scala, ma dovrebbero essere applicati su scala industriale, e quindi controllare i costi di gestione, che potrebbero risultare troppo alti per un impianto con molti punti interrogativi.

Le uniche fonti che sostengono con sicurezza l’applicabilità della torcia al plasma per la distruzione di qualunque genere di rifiuto su larga scala sono società private (Powerco e Celtica, una ditta norvegese e una compagnia americana) che offrono questa tecnologia sul mercato elencandone le meravigliose prestazioni, come farebbe un qualunque rappresentante commerciale di qualunque prodotto. Fatto sta che finchè si tratta di un impianto potenzialmente pericoloso per la salute e l’ambiente e che richiede investimenti per circa 50 milioni di euro, è meglio andarci con i piedi di piombo.

Si ringrazia Davide per la segnalazione
Fonte: http://www.inceneritori.org/
Fonte: http://www.ecologiae.com/

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martedì 6 maggio 2008

L’Aeronautica militare ti vuole L.O.V.: diffusione aerea di impianti biologici nel cibo, nell’acqua, nell’aria (di C. W. Palit - Prima parte)


Vi posto questo articolo che ho trovato sulle scie chimiche, fenomeno sempre più trattato negli ultimi tempi. E' a dir poco inquietante!
Questa è la prima parte, seguiranno più avanti le altre.
Buona ehm..........lettura!

L'articolo che abbiamo tradotto è stato elaborato da una ricercatrice sagace e lungimirante del fenomeno "scie chimiche", Carolyn Williams Palit. Basandosi soprattutto sugli studi di scienziati come Castle e la Staninger e su documenti in parte declassificati, la Palit giunge a conclusioni plausibili sul vero scopo delle chemtrails, ossia il controllo della popolazione mondiale, per mezzo della distribuzione un po' in tutto il globo di microsensori che funzionano alimentati dai raggi ultravioletti. Ciò ci permette di comprendere per quale motivo gli avvelenatori stiano completando la distruzione dell'ozonosfera e di capire che, in nessun modo, essi stanno tentando di creare uno schermo contro le radiazioni solari, come ventilato ingenuamente da qualche ricercatore. Sono comunque temi illustrati dalla Palit con chiarezza ed incisività in uno studio che, senza tema di apparire iperbolici, giudichiamo fondamentale e di vitale importanza.

Bisognerebbe acquisire familiarità con il documento “Weather As a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025”, un capitolo delle previsioni future. Le persone preoccupate circa le operazioni di aerosol in tutto il mondo nell’atmosfera e definite “scie chimiche”, spesso si riferiscono a questo testo come un’evidenza in grado di dimostrare che le forze armate statunitensi sono coinvolte nelle operazioni di irrorazione per il controllo del tempo.

Izakovic Rolando, Amy Worthington e Scott Gilbert hanno esplorato il problema nei particolari. Mentre è ovvio che il tempo è manipolato con queste operazioni, le applicazioni militari attuate sono considerate di minore rilievo. Il concetto che le scie chimiche servono a ridurre il riscaldamento globale sembra essere la solita vecchia storia di copertura.

Lydia Mancini ha indagato alcuni degli aspetti delle scie chimiche in relazione al controllo mentale, ma penso di aver trovato una delle tessere finali del mosaico: l’aeronautica militare statunitense ha studiato come diffondere sensori nanometrici tra la popolazione per mezzo del cibo, dell’acqua e dell’aria, di modo che questi sensori penetrino nell’organismo.

I ricercatori hanno raccolto prove che le scie chimiche contengono non solo germi, ma anche metalli, cellule di sangue, sedativi, sostanze cristalline, sali di bario ed un tipo di fibra di polietilene e silicio.


Recentemente la dottoressa Hildegarde Staninger, tossicologa ed il dottor Michael Castle, chimico e attivista, hanno unito le loro forze per determinare se le nanofibre che fuoriescono dalla pelle dei malati di Morgellons e le nanofibre delle scie chimiche sono correlate.

I pazienti affetti da Morgellons presentano nanofibre di colori differenti che fuoriscono da piaghe che non guariscono. Le fibre di ricaduta delle scie chimiche sono simili. Sono su di te e nella tua abitazione e si possono vedere con una luce fluorescente nera. La luce ultravioletta le fa brillare. Usa anche una lente di ingrandimento, per vederle.

I filamenti, campioni di tessuto prelevati dalle vittime del Morgellons e campioni delle fibre delle chemtrails, sono stati inviati nei migliori laboratori degli Stati Uniti: AMDL Inc., ACS, Inc., MIT e Lambda Solutions. Il dottor Castle e la dottoressa Staninger hanno chiesto a questi laboratori di identificare le fibre. La dottoressa Staninger ha inoltre determinato che i filamenti del Texas coincidono con quelli analizzati in Italia.

Le fibre delle scie chimiche sono una specie di filamenti pre-Morgellons. Le fibre del Morgellons sono più sviluppate, ma sono correlate ad un tipo di nanotecnologia.

Assistiamo ad un’invasione dei tessuti umani nella forma di nanotubi, nanofili, nonostrumenti, in grado di autoassemblarsi, autoreplicarsi insieme con sensori o antenne e capaci di trasportare frammenti di D.N.A. ed R.N.A. geneticamente modificati. Queste nanomacchine proliferano in un ambiente alcalino ed usano l’energia dell’organismo, i suoi minerali ed altri elementi non identificati come alimentazione.

Esiste un’evidenza che suggerisce che queste nanomacchine ospitano al loro interno delle batterie. Si ritiene anche che siano in grado di ricevere specifiche microonde, segnali EMF ed ELF. Alcuni malati di Morgellons riferiscono che queste nanomacchine hanno una sorta di intelligenza di gruppo.

E’ possibile che le fibre delle scie chimiche diventino nanoparticelle? La dottoressa Staninger pensa di sì. Le nanoarticelle possono passare attraverso le barriere del sangue nei polmoni, entrare in circolo e raggiungere il cervello o altri organi del corpo. Jim Giles afferma: “Le nanoparticelle, piccoli grumi che potrebbero essere usati per rendere i circuiti dei computers più veloci e per migliorare l’assorbimento dei farmaci, possono raggiungere il cervello dopo essere state inalate".

La Staninger ritiene che queste nanoparticelle siano in grado di assemblarsi dopo che hanno raggiunto il cervello o altri organi. Ella afferma che noi mangiamo questa nanotecnologia. È nel cibo, nelle piante e negli animali. Ricorda anche che le nanoparticelle replicano il D.N.A. dei germi con cui vengono in contatto. Ciò determina un aumento delle malattie. Un tipo di nanofilo è implicato nella creazione di pseudo-capelli e di pseudo-pelle. Queste proteine, in grado di replicarsi, creano anche forme chimeriche, simili ad insetti o a parassiti. Nascono pure dei bambini con queste nanomacchine nel loro organismo e ciò è la prova che questa tecnologia può oltrepassare le barriere protettive.

Clicca sull'immagine per ingrandirla.

Il dottor Castle ha stabilito che almeno 20 milioni di Statunitensi hanno questi sensori, antenne fili e strumenti nel loro organismo. Il Morgellons si diffonde con una media di mille casi al giorno. La media è destinata a crescere nei prossimi anni. Le persone che non manifestano sintomi del Morgellons possono avere comunque una malattia non conclamata. Si ritiene che il sintomo principale sia l’espulsione di fibre dalla pelle. Se non si manifestano sintomi, vuol dire che il tuo organismo si sta abituando all’aggressione.

Clifford Carnicom è uno scienziato esperto in geodetica, matematica, informatica e fisica. Ha lavorato per quindici anni con varie agenzie: DOD, Forest Service and The Bureau of Land Management. Egli studia ciò che molti ritengono essere una conseguenza delle scie chimiche, ossia l’aumento dell’alcalinità dei suoli del pianeta. Documenta l’incremento di calcio, magnesio, bario e potassio nell’acqua piovana. E’ interessante che J. Walleczck del Lawrence Berkeley Laboratory ha stabilito, nel 1991, come gli ioni di calcio favoriscano il trasporto di elettricità nelle membrane cellulari a livello molecolare.

Carnicom documenta anche che gli alti livelli di sali nei suoli sono dovuti alle scie chimiche ed essi rendono la terra più elettroconduttiva. Queste sostanze sono facilmente ionizzate dalla luce ultravioletta e stanno causando un aumento degli ioni positivi nell’atmosfera. Questo non è salutare per gli esseri viventi. Egli ha rilevato le stesse anormalità nel sangue tra i pazienti di Morgellons.

La terra e tutti i suoi abitanti sono ora un ambiente favorevole per queste nanotecnologie che prediligono un ambiente alcalino, adatto per usare la bioelettricità e per sensori, antenne e strumenti in grado di autoreplicarsi ed autogenerarsi all’interno degli organismi viventi.

Ciò ci porta ad un altro documento dell’Aeronautica denominato: “Hit ‘Em Where It Hurts: Strategic Attack in 2025”. Questo testo merita un’indagine accurata, poiché descrive come impiantare nella popolazione “invisibili sensori biologici che sono più sottili di un capello umano”, diffondendo queste macchine nel cibo, nell’acqua e nell’aria ed usando agenti umani all’uopo.

Fine prima parte.
Fonte: http://www.tankerenemy.com/

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